DANTE O. BENINI & PARTNERS ARCHITECTS 2022

Advenit.IT
7 min readMay 23, 2022
In foto: Ponte Cittadella — Alessandria © Ph. Hufton+Crow)

Per questo articolo mi sono prefissato di raccontare i 50 anni di Architettura da me attraversati, prima come ragazzo di bottega poi come studente ed infine come professionista, sperando di comunicare in poche righe, trasformate in AFORISMI, quanto mi è stato trasmesso nel corso della mia vita da persone, fatti e progetti. Abituato come sono a lavorare mai da solo, mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio il mio socio Luca Gonzo e Patricia Denise Viviani, per quanto mai totalmente esplorato nell’ambito dell’Architettura d’Interni. Gli “aforismi” che leggerete saranno accompagnati da pensieri di coloro che li hanno ispirati. I miei grandi Maestri, in particolare dall’insuperabile critico e storico Bruno Zevi.

1964 — Dante Benini: “Avevo 16 anni e volevo fare l’Architetto”

Carlo Scarpa mi consiglia di leggere il numero de “l’Architettura Cronache e Storia” che parla di Michelangelo. Mi spiega: “Da qui in avanti, cresciamo verso l’Architettura Contemporanea”.

1964 — Walter Gropius: “Le idee muoiono ogni volta che diventano compromessi”

Ho ritrovato oggi questa polemica del 1964: Zevi attacca Gropius per il Pan Am building che toglie una importante prospettiva alle strade di New York. Gropius risponde con una lunga lettera; Zevi evita di ribattere. Non condivide ma lascia a Gropius l’ultima parola.

1965 — Carlo Scarpa: “Non può essere Architetto chi non è Architetto”

“Non si è Architetti soltanto per qualità innate. Lo si diventa con l’impegno del “fare” concreto quindi non può essere Architetto chi non fa l’Architetto, d’altra parte coloro che progettano senza soffrire fino in fondo con tutto il proprio essere i problemi dell’Architettura, anche se operano come Architetti, non fanno dell’Architettura. Producono al massimo della mediocre edilizia”.

C’era qualcosa che mi affascinava nel modo di vestire di Scarpa. Nel cappello, nel cappotto e negli occhiali vagamente alla Le Corbusier. Si presentava con sicurezza, mai in modo spavaldo, mai in modo dimesso.

1972 — Oscar Niemeyer: “L’Architetto è anche un tecnologo”

“L’Architetto è anche il tecnologo che si compiace di intuire una poesia della “macchina del futuro” e ne sa poi anche prendere le distanze”. Ho studiato in Brasile con Niemeyer dal 1972 fino alla laurea. Ogni volta che stava per mettere in pratica un progetto, costruttori ed ingegneri gli dicevano che era irrealizzabile. Lui demoliva una ad una le critiche e alla fine costruiva ciò che voleva. Non c’era, come oggi accade alle Archistar, “la Arup” che lo aiutava.

1976 — Richard Neutra. “Per l’Architetto, l’Architettura è un modo di far vivere, egli stesso vivendo”.

Quando chiesi a Scarpa del rapporto tra la luce e l’Architettura mi disse di leggere “Progettare per sopravvivere” di Neutra. Fotocopiai il libro, prendendolo dalla sua biblioteca e poi ne annotai i concetti quasi riga per riga. Questa è la mia eredità per coloro che continueranno il mio lavoro.

1977 — Mies Van der Rohe:

“Non voglio essere interessante, voglio essere bravo”. L’Architetto non è mai l’esecutore finale della propria opera. Questa deve essere modificata dopo di lui e nonostante lui. Se un’opera è veramente moderna, accoglie le mutazioni, se no, ne viene distrutta.

1978 — Frank O. Gehry: “Se si costruisce molto, il problema è che si fanno molti errori”

È che io non distruggo l’ordine. Lo reinvento. Distruggo l’ovvio, lo agito, lo capovolgo, lo rimesto, lo cuocio e friggo i suoi dogmi. In questo modo libero un nuovo ordine di forme dalle ceneri del vecchio. Per Gehry possiamo dire anche ciò che gli altri sovente non vedono. Ho annotato in un quaderno di appunti questa frase di Gehry: ”Io non distruggo l’ordine, lo reinvento”. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui nel 1978- 1979 quando stava costruendo la sua casa a Venice, uno degli esempi più importanti dell’Architettura Contemporanea.

Breathing Building -
Milano © Ph. Beppe Raso
ART — Pavshino,
Moscow, Russia

1980- Dante Benini: “Severi anche con Wright”

Per Zevi, Wright è insuperabile, specialmente nella Casa sulla cascata, poi le sue piante diventano bloccate. Alla fine però il giudizio è in definitiva risoluto: “E’ il più grande”. Se si deve essere severi anche con Wright allora il giudizio sul Post Modern e sulla strada nuovissima tracciata dalla Biennale del 1980, non può che essere “tranchant”. Per Bruno Zevi i vent’anni precedenti furono di lotta per dimostrare che il falso, il posticcio e il revivalismo non avrebbero mai pagato.

1984 — Bruno Zevi: “Se volete parlare di Architettura, prima fatela”

Il preconcetto che un pezzo di carta (tanto è valutata la Laurea) sia necessario per trovare uno sbocco professionale appare ormai arcaico e ridicolo. Non a caso il Design italiano domina per il mondo: non esistono scuole di Design e perciò non si verifica in questo campo la sistematica mortificazione delle personalità e della fantasia esercitate con sadismo nelle facoltà di Architettura.

Prelios Hq Milano © Ph. Gabriele Basilico

1988–1989 Matrici espressioniste del decostruttivismo

Dante Benini. “Credo che il padre del decostruttivismo sia Günter Behnisch. Attraverso di lui potremmo, credo, ritrovare le matrici espressionistiche di quello che è stato uno dei movimenti più rilevanti dell’Architettura di questi ultimi anni”. Bruno Zevi: “L’Architettura decostruttivista è culturalmente decisiva: riannoda la ricerca attuale a quella delle avanguardie e perciò sconfessa, cancella, riduce alla vergogna la neo-accademia e il post-moderno….” Nei prossimi decenni ci si riferirà al decostruttivismo 1988 come ad un evento che ha ricondotto l’Architettura moderna sui suoi binari.

Seven 60m Perini Navi © Ph. BeppeRaso

1990 — Massimo Vignelli: “Milano ha il soffitto troppo basso

A New York invece non esiste”

Nel 1989–1990 sono a New York dove incontro Richard Meyer. Lui mi spiega che il progetto per il Museo di Francoforte nasce dalla scomposizione di fili, ritmi e proporzioni della costruzione del vecchio edificio. Ne nasce un capolavoro affacciato sul fiume. In questi anni conosco anche Massimo Vignelli con il quale inizia un rapporto di collaborazione che sarà trentennale. Mi spiegherà che si era trasferito a New York perché per lui “Milano aveva un soffitto troppo basso” mentre New York non aveva soffitto.

Bruno Zevi: “Senza dubbio Richard Meyer è il più consistente dei “Five Architects“ newyorkesi; non si è mai spostato dalla sua linea di ricerca moderna fondata sulla scomposizione volumetrica, l’inventività spaziale, la trasparenza… inquieto e malgrado ciò, rigoroso e coerente. E’ un artista, uno dei pochi su cui abbiamo scommesso senza esserne delusi”. Con lui abbiamo progettato e costruito il “Ponte Cittadella” ad Alessandria, vincendo un concorso internazionale.

1997

Rilancio edilizio positivamente drammatico Zevi mi scrive perché a partire dal 1997 a noi che abbiamo creduto nell’Architettura Contemporanea ci aspetteranno cinque anni di successi (e così è stato). Al congresso di Modena Zevi fa un discorso memorabile forse sapendo che sarebbe stato il suo testamento spirituale.

Abdi Ibrahim Tower — Istanbul © Ph. Toni Nicolini

2000 — Uno scritto sulla “Lettera 22”

Avevo vinto un concorso in Cina per un centro di Ingegneria Genetica. Marisa Cerruti (l’assistente di Zevi) mi telefona per farsi mandare i disegni perché, dice, Zevi vuole parlarne su “L’Espresso”. Il 27 Dicembre 1999 corro a Roma. Lui riceve il materiale il 3 Gennaio successivo. Il 9 dello stesso mese appresi della sua scomparsa. Stetti con lui tutto il tempo delle esequie. La Cerruti mi diede poi la prima stesura del pezzo scritto dal professore, ritrovato nel carrello della sua “Lettera 22”. Mi piace sottolineare “prima stesura” perché il Professore era uso farne due o tre e pubblicare poi quella più sferzante o premiante però non posso non essere orgoglioso del fatto che il suo ultimo pensiero fosse stato dedicato a me.

2000–2022

Tutto quanto sopra espresso rappresenta il dogma che ha accompagnato i progetti dello Studio per tutta la sua vita ed in particolare l’ultimo ventennio. Non abbiamo mai affrontato un progetto senza rifarci alle matrici di quanto mi hanno insegnato i Maestri sulle cui spalle ho potuto sedermi per vedere l’Architettura da una posizione molto alta. Questo, conscio della responsabilità di cui è caricato ogni Architetto quando riempie il foglio bianco con dei segni che cambieranno in modo importante i rapporti sociali, emozionali e comportamentali delle persone che dovranno viverli. Le foto che accompagnano questo articolo dovrebbero rappresentare la spiegazione di quanto descritto e comunque sono quanto ho potuto realizzare tramite il mio lavoro accompagnato dai miei Partners che hanno condiviso in toto quanto ho cercato di trasmettere e che a mia volta ho imparato da Carlo Scarpa, Oscar Niemeyer, Frank O. Gehry, Richard Meyer, sempre sotto la guida di Bruno Zevi.

DANTE BENINI
Dante O. Benini & Partners

“We shape our buildings afterwards our buildings
shape us” (Winston Churchill).

Dante Benini

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